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Il mistero della Pietra Runica di Kensington
31 Dic 2016

Il mistero della Pietra Runica di Kensington

Post by Administrator

L’autenticità della Pietra Runica di Kensington consentirebbe di anticipare di 130 anni la scoperta del continente americano da parte di un gruppo di esploratori vichinghi. Nonostante numerosi studi, l’enigmatico reperto rimane tuttora avvolto dal mistero.

Pietra Runica di Kensington - Museo

Pietra Runica di Kensington

Di tutti i reperti presentati per dimostrare la presenza scandinava in età precolombiana negli Stati Uniti, quello di gran lunga più conosciuto, e più aspramente contestato, è la Pietra Runica di Kensington.

Nel novembre del 1898 un agricoltore svedese immigrato, Olaf Ohman, stava disboscando una collinetta vicino alla sua casa con l’aiuto del figlioletto Edward. Dopo aver sradicato un albero, si accorse che le radici erano strettamente avvinghiate intorno ad una pietra. Ohman notò alcuni segni su di essa e la portò al vicino villaggio di Kensington, nel Minnesota, una comunità di immigrati scandinavi, dove venne esposta. Poco dopo, uno degli abitanti si rese conto che quei segni erano un’iscrizione runica, l’antico alfabeto nordico, ancora insegnato nelle scuole scandinave del tempo.

Una copia approssimativa dei segni venne inviata a O. J. Breda, docente di lingue scandinave all’Università del Minnesota. Egli non ne rimase colpito, e nemmeno lo furono altri esperti scandinavi, poiché considerarono l’iscrizione una falsificazione moderna. Scoraggiato, Ohman riportò la pietra alla fattoria, dove rimase finché Hjalmar Holand non visitò la zona nel 1907 e non la esaminò. Egli era convinto dell’autenticità dell’iscrizione, e trascorse i successivi cinquant’anni cercando di diffondere nel mondo la sua opinione. Si fece fare una traduzione delle rune, che confermò l’importanza potenziale dell’iscrizione stessa: “Otto goti e ventidue norvegesi in viaggio d’esplorazione a ovest di Vinland. Ci eravamo accampati vicino a due isolotti rocciosi a un giorno di viaggio a nord da questa pietra. Un giorno eravamo fuori a pescare, e quando tornammo a casa trovammo dieci uomini insanguinati e morti. La Beata Vergine ci salvi dal male. Abbiamo dieci uomini vicino al mare che badano alle nostre navi a quattordici giorni di viaggio da quest’isola. Anno 1362“.

Si trattava finalmente della prova concreta della presenza di esploratori vichinghi nelle Americhe? Holand non fu il solo a difendere l’autenticità della pietra runica. Verso la fine degli anni quaranta il reperto venne esposto allo Smithsonian Institute di Washington, dove il Dr. Matthew Stirling, direttore dell’American Bureau of Ethnology, lo definì il “reperto archeologico probabilmente più importante mai trovato nel Nord America“. Oggi costituisce il pezzo principale del Rune Stone Museum di Alexandria, la città più vicina a Kensington. Nel Runestone Memorial Park, un’enorme riproduzione in granito della pietra poggia su una base di quattro tonnellate, accanto a un vichingo di cemento gigante sul cui scudo si legge: “Alexandria, Luogo di Nascita dell’America“.

La pietra runica di Kensington è dunque autentica? Sfortunatamente, le circostanze della sua scoperta non furono mai chiarite in modo soddisfacente. I racconti pervenutici si differenziano nei dettagli, persino riguardo all’albero sotto cui la pietra fu rinvenuta. Se al tempo qualcuno avesse pensato di conservare il ceppo dell’albero, la conta dei suoi anelli avrebbe perlomeno stabilito un’età minima della sepoltura della pietra. Le stime successive che attribuiscono all’albero un’età approssimativa di settant’anni, il che fa risalire la sepoltura della pietra a un periodo precedente l’insediamento scandinavo moderno nell’area, si basano esclusivamente sul suggerimento di Ohman che l’albero non fosse in buone condizioni. Gli scettici affermano che avrebbe potuto crescere in soli dieci anni.

E per quanto riguarda le iscrizioni? Dovremmo saperne abbastanza sui testi runici per capire se si tratta di un falso? Molti esperti sono di tale avviso. Il professor Erik Wahlgren dell’Università della California, a Los Angeles, ha dedicato anni di studio alla Pietra Runica di Kensington, che considera una contraffazione sulla base del vocabolario, della grammatica e del sistema di datazione. In particolare, l’iscrizione include molte forme inusuali di parole, come “ded”, apparentemente derivata dall’inglese dead, “morto”, e il termine composto “opdagelsefard”, che significherebbe “viaggio d’esplorazione”. La grammatica è strana, le parole presentano terminazioni che sembrano inappropriate nel quattordicesimo secolo, ma che erano standard nel diciottesimo. Tutti i numeri del testo sono in forma araba, mentre le iscrizioni runiche medioevali erano scritte usando i numeri romani.

I difensori della Pietra Runica di Kensington, da Holand a Nilsestuen, hanno setacciato assiduamente gli archivi della Scandinavia, e tutte le sue lingue e i suoi dialetti per trovare parole simili e hanno riscontrato una serie di corrispondenze, ma nessuna traccia di opdagelsefard. Sono inoltre stati in grado di dimostrare che i numeri arabi venivano usati in Scandinavia nel quattordicesimo secolo. Tuttavia, non è la stessa cosa usare detti numeri in un’iscrizione runica, poiché ciò implica la mescolanza di due sistemi di comunicazione completamente diversi.

Un approccio storico più ampio potrebbe forse risolvere la questione della Pietra Runica di Kensington. È plausibile una presenza scandinava negli Stati Uniti nel 1362? Potrebbe essere stata effettuata una spedizione dalla costa verso il Midwest? Una possibile prova a sostegno di ciò è data dalla Mappa di Vinland, in base alla quale gli scandinavi dell’inizio del quindicesimo secolo paiono essere a conoscenza di una spedizione effettuata con successo in America dal vescovo Erik di Groenlandia nel XII secolo. Sfortunatamente, quel documento unico è tanto controverso quanto la Pietra di Kensington.

Più attinente è il tentativo di Holand di collegare la data della pietra (1362) alla storia scandinava. Magnus Eriksson, re di Svezia e di Norvegia, chiese nel 1354 a un certo Powell Knutsson di salpare per la Groenlandia per proteggere i cristiani locali. Holand ipotizzò che la spedizione di svedesi e norvegesi guidata da Knutsson si fosse spinta troppo ad ovest, finendo a Vinland, e avesse esplorato l’entroterra americano. Il gruppo non ebbe però fortuna, come riportato dalla pietra di Kensington. Lo storico si domandò se i sopravvissuti fossero diventati i fondatori della tribù “indiani bianchi” dei mandan, vissuti lungo il Missouri.

Pietra Runica di Kensington - Ritrovamento

Ritrovamento della Pietra Runica di Kensington

I sostenitori dell’autenticità della Pietra di Kensington non hanno identificato alcuna rotta percorribile lungo i laghi e i fiumi che i vichinghi avrebbero seguito per raggiungere l’entroterra. La linguistica, la storia e l’archeologia non sono riuscite a provare l’autenticità della Pietra Runica di Kensington. E se questa non è autentica, deve trattarsi di una contraffazione. Esistono ragioni per sospettarlo? Indubbiamente nel periodo in cui venne ritrovata il pubblico era recettivo. La World’s Columbian Exposition, programmata per il 1892  a Chicago, atta a celebrare la scoperta dell’America da parte di Colombo, aveva fatto infuriare molti americani scandinavi del Midwest, che la percepivano come una sorta di tradimento nei confronti dei loro antenati. Solo tre anni prima, uno studio pionieristico dei viaggi a Vinland, condotto dallo storico Gustaf Storm, era stato ristampato sul principale quotidiano americano in lingua svedese. Quando, un anno più tardi, nel 1893, si inaugurò l’esposizione di Chicago, la riproduzione di una nave vichinga ritrovata a Gokstad, in Norvegia, attraversò l’Atlantico e gettò l’ancora nel Lago Michigan. Molti americani scandinavi accolsero con gioia la scoperta di un’iscrizione runica a conferma della loro credenza.

Ma un falso richiede un falsario. I sospetti ricaddero naturalmente su Olaf Ohman, potenzialmente implicato in un’eventuale contraffazione. Le opinioni sulla sua cultura e le sue capacità intellettuali sono molto discordanti, ma probabilmente egli era ben lungi dall’essere quasi analfabeta come sosteneva Holand e, ovviamente, le iscrizioni potevano non essere opera sua. Esistono prove inequivocabili che l’intera questione sia una frode? Due dettagli, raramente considerati dai fautori dell’autenticità della pietra, paiono suggerire tale ipotesi.

Il primo gennaio 1899, J. P. Hedberg, uomo d’affari di Kensington, inviò una copia presumibilmente esatta dell’iscrizione al direttore di un quotidiano di lingua svedese di Minneapolis, azzardando che fosse scritta in “lettere greche antiche“. I successivi confronti con la pietra dimostrarono che la copia di Hedberg conteneva numerosi errori. Di primo acchito, ciò sembra confermare semplicemente la confusione che regnava quando venne scoperta la Pietra Runica di Kensington. Ma quando la copia di Hedberg fu sottoposta all’attenzione dell’esperto di rune Erik Moltke del Museo Nazionale Danese di Copenaghen, questi rimase sbalordito. A suo parere, Hedberg aveva mandato al giornale una bozza preliminare dell’iscrizione falsa, non una sua copia. Tale conclusione si basa sul fatto che gli errori non sono quelli grossolani che commetterebbe qualcuno che non conosce la lingua che sta copiando. Tali errori non sono sciocchezze, bensì rune vere, e più difficili da scrivere di quelle della pietra stessa; certamente, si può immaginare che una copia scadente semplifichi l’originale, o lo confonda completamente, ma non che lo renda più complesso. Secondo Wahlgren, la copia di Hedberg “fu stilata da una persona esperta di rune, poiché il modo sicuro con cui esse sono disegnate sembra escludere un inesperto“. Si è perciò portati a sospettare che Hedberg fosse coinvolto nella “scoperta” dell’iscrizione più di quanto egli stesso non ammise.

Il colpo di grazia alla pietra giunse infine da una confessione. Nel 1973 un certo Walter Cran sul letto di morte registrò un nastro in cui affermava che suo padre, John, gli aveva confessato, mentre stava morendo, di aver inciso le iscrizioni con Olaf Ohman. Walter aveva allora indagato e ottenuto conferma della storia da John Ohman, figlio di Olaf, poco prima che spirasse. Lo scopo, secondo Cran, era di “beffare la nazione, in particolare i dotti, che pensano che tu sia stupido e farsi le più grandi risate della vita“. Tale fatto lascia pochi dubbi, e molti scettici ritengono ponga fine alla storia della Pietra Runica di Kensington, per quanto tre confessioni in punto di morte sembrano una coincidenza poco credibile.

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