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Atlantide: memorie dal continente perduto
25 Set 2012

Atlantide: memorie dal continente perduto

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L’esistenza del mitico continente di Atlantide continua ad essere uno degli enigmi più appassionanti della storia. Comparsa per la prima volta nelle opere di Platone, Atlantide viene descritta come una civiltà altamente evoluta ed organizzata benché negli ultimi tempi i suoi abitanti furono corrotti dall’eccesso di avidità e dall’amore per le cose materiali.

Abitanti di Atlantide

Abitanti di Atlantide

A migliaia di anni di distanza dal giorno in cui sarebbe sprofondato negli oscuri abissi dell’Oceano Atlantico, il continente di Atlantide continua ad essere uno degli enigmi più appassionanti della storia. Semmai esistita, Atlantide fu una civiltà che non ha avuto eguali. Eppure, secondo i suoi cronisti, sarebbe svanita in un attimo senza lasciar traccia.

Il racconto più antico e più esauriente dell’ascesa e della rovina di questa grande isola risale al IV secolo a.C. ed è opera del filosofo greco Platone. Secondo la sua descrizione, Atlantide era un territorio dove gli animali, compresa “la specie degli elefanti“, abbondavano e dove abili agricoltori avevano creato frutteti profumati. Nella capitale non si contavano i palazzi signorili, di uno splendore superato soltanto dal palazzo del re e dal vicino tempio eretto in onore di Poseidone. Ma né l’oro né la gloria risparmiarono agli abitanti di Atlantide un tragico destino. Il loro crescente materialismo suscitò le ire degli dei e l’intera civiltà si condannò ad una fine drammatica e prematura.

Come detto, tra le meraviglie dell’Atlantide di Platone primeggiava il grande palazzo reale. Costruito al centro della capitale e circondato da tre canali, la residenza dei re si apriva su un cortile dove si innalzava il tempio di Poseidone. Il palazzo era stato eretto da Atlante, primogenio di Poseidone e primo re di Atlantide, ma i sovrani successivi non si accontentarono di lasciare intatta questa reggia.

Ogni sovrano riceveva in eredità il palazzo dal suo predecessore” scrive Platone “e lo adornava a sua volta, come già l’altro aveva fatto, cercando di superarlo, finché non resero il palazzo meraviglioso a vedersi per la bellezza e la grandiosità dell’insieme“. I visitatori entravano da un grande viale, che superava i tre canali, attraverso portali che si aprivano un varco nelle mura di ottone, di stagno e in mura più interne di rame “dai riflessi di fuoco“.

Nella cerchia di queste mura si trovavano le dimore dell’aristocrazia: palazzi di pietra bianca, nera e rossa, estratta dalla roccia. Uno splendore ineffabile regnava dappertutto. “Le ricchezze che possedevano” scrive Platone dei monarchi di Atlantide “erano tali che non se ne erano mai viste di simili in nessuna dimora reale e mai se ne vedranno“.

Il centro spirituale di Atlantide era il tempio di Poseidone dove tra l’altro i governanti si riunivano per tramandare le leggi. Circondato da mura d’oro, esternamente il tempio era, secondo Platone, “tutto rivestito d’argento, eccetto gli alti pinnacoli del tetto, che erano d’oro. Nell’interno il soffitto era d’avorio variegato d’oro, d’argento e di rame“. Nel cortile centrale del tempio si ergeva una gigantesca statua d’oro di Poseidone alla guida di sei destrieri alati.

Il monarca di Atlantide e i suoi nove fratelli, principi delle altre nove province, si riunivano ogni cinque o sei anni in questo maestoso salone. Sacrificato un toro agli dei, i sovrani si raccoglievano intorno ad un braciere e pronunciavano giudizi, trascrivendoli su una tavola d’oro. Grazie al buon governo gli atlantidei vivevano in armonia. “Per molte generazioni” scrive Platone “i loro cuori furono nobili e puri e si comportarono con grande clemenza e saggezza“.

Al culmine della sua gloria, 9.200 anni prima della nascita di Platone, l’impero di Atlantide dominava su quasi tutto il Mediterraneo. Gli atlantidei erano all’apice della bellezza e della felicità. Eppure, scrive Platone, erano “tutti gonfi di sfrenata avidità e potenza“. Il lusso nel quale vivevano aveva avuto come conseguenza che gli atlantidei ormai sapevano apprezzare solo la ricchezza materiale. “L’elemento divino in loro si andava estinguendo, perché sempre più mescolato all’elemento mortale“.

Gli atlantidei, incapaci di portare il fardello delle loro ricchezze, avevano smarrito ogni virtù. E ora stavano radunando eserciti per conquistare Atene e l’Oriente. Ma Zeus, il dio supremo, intervenne con un tremendo castigo. “Si scatenarono spaventosi terremoti e cataclismi ed in un solo giorno, in una sola notte, l’isola di Atlantide si inabissò e scomparve“. Platone dubitava che si sarebbero trovate tracce della terra andata perduta. “L’oceano in quel punto” scrive “è ancora oggi difficile alla navigazione ed inesplorabile“.

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