Il mistero della tomba KV55 nella Valle dei Re

15 Settembre 2018

Antiche Civiltà

Nel gennaio del 1907, nella Valle dei Re fu fatta una scoperta sensazionale. Due archeologi inglesi individuarono una sepoltura funeraria fino ad allora sconosciuta che fu identificata come “tomba KV55”. Fin da subito gli studiosi si resero conto della particolarità della loro scoperta che presentava numerose anomalie rispetto a tutte le altre tombe conosciute.

Tomba KV55 - Ingresso

Ingresso della Tomba KV55

Nell’antico Egitto l’aldilà era considerato dominio esclusivo dei ricchi e dei potenti, e l’immortalità non era determinata dalla condotta morale nella vita terrena, ma garantita da una sorta di assicurazione sul futuro.

Il corpo veniva conservato con la rituale mummificazione per far sì che lo spirito trovasse posto nei cieli, e veniva messo nella tomba insieme con i suoi averi, che avevano lo scopo di rendere più agiata la sua vita nell’aldilà. Qualunque fosse l’obiettivo, l’invulnerabilità o l’occultamento, le tombe egizie furono sempre costruite con uno scopo preciso: tenere lontani gli intrusi.

Il 18 gennaio del 1907, gli archeologi inglesi Edward Ayrton e Arthur Weigall, insieme con il loro finanziatore americano Theodore Davies, scoprirono una nuova tomba nella Valle dei Re, e la identificarono con la sigla KV55. Era completamente diversa da tutte le altre scoperte fino ad allora: sembrava concepita non tanto per tenere lontani gli intrusi, quanto per imprigionare qualcuno o qualcosa.

A parte la mummia nel sarcofago dorato, e i suoi organi conservati nei vasi canopi, la tomba era quasi vuota; i cocci dei sigilli d’argilla delle casse del tesoro, sparpagliati sul pavimento, dimostravano che un tempo la tomba era stata sontuosamente arredata. Rimanevano soltanto alcuni oggetti, come per esempio dei pannelli dorati che servivano a formare una cappella. Le condizioni della tomba rivelavano che i profanatori erano stati spaventati da qualcosa ed erano fuggiti all’improvviso lasciando alcuni pezzi di valore e perfino i propri attrezzi, come dimostravano i ceselli e le mazze rinvenuti sul pavimento del sepolcro. Dal momento che due dei preziosi pannelli della cappella dorata furono ritrovati a meno di un metro dall’entrata, i profanatori dovevano averli letteralmente gettati per fuggire velocemente; il fatto che avessero avuto il tempo di richiudere l’entrata con un muro di mattoni, creando una doppia parete che non ha precedenti, mentre i preziosi oggetti giacevano a portata di mano, poteva soltanto significare che l’accesso più esterno era considerato una barriera magica contro l’entità malvagia che si pensava dimorasse nella tomba.

Gli ornamenti sul sarcofago rivelavano che l’occupante era un faraone, tuttavia la sua identità era stata deliberatamente cancellata. La mummia giaceva ancora nella sua bara dorata e i suoi organi erano conservati nei vasi canopi, ma qualsiasi indizio circa la sua identità era stato rimosso: i nomi cancellati dalle iscrizioni e la maschera d’oro parzialmente strappata dal viso. Anche i rilievi che solitamente ornavano le camere sepolcrali e rappresentavano scene di vita dell’occupante e il suo passaggio nell’aldilà erano completamente assenti.

Secondo le antiche credenze egizie, se qualcuno veniva sepolto senza nome non poteva accedere all’aldilà, ma se la mummia si conservava, il suo spirito sopravviveva. Alla mummia della tomba KV55, era stata impedita l’ascesa ai cieli, ma al suo spirito era stato espressamente permesso di sopravvivere; la tomba era di conseguenza più una prigione che un luogo edificato per l’ultimo riposo. Agli occhi dei suoi contemporanei, l’occupante doveva aver commesso un crimine così atroce che l’oblio non era considerato una punizione sufficiente, quindi era stato condannato a rimanere in eterno, solo e senziente, nella tomba vuota.

Gli esami medico-legali condotti nel 1963 da un’équipe guidata dal professor R. G. Harrison dell’Università di Liverpool, identificarono la mummia  della tomba KV55 come il faraone Semenekhkara, che aveva governato l’Egitto soltanto per un anno, verso la metà del XIV secolo a.C. Era il fratello e il predecessore del famoso Tutankhamon, e un sigillo ritrovato all’entrata della tomba rivelò che la sepoltura era stata eseguita per volontà dello stesso Tutankhamon. Curiosamente, il sarcofago e i vasi canopi erano stati creati in origine per una donna, ma erano stati poi accuratamente modificati per adattarli a un uomo; infatti, era stata aggiunta la barba alla maschera, parzialmente strappata, che raffigurava il viso dell’occupante, e il genere delle iscrizioni era stato cambiato da femminile a maschile. Inoltre, la mummia era stata imbalsamata nella posizione tipicamente femminile, con un solo braccio ripiegato sul petto, mentre i re avevano solitamente entrambe le braccia incrociate.

All’inizio degli anni Ottanta del XX secolo, lo studioso tedesco Rolf Krauss tentò di dare un nome alla donna il cui corredo funebre era stato adattato per la macabra procedura; il suo studiò però, invece di gettare nuova luce sul mistero, lo rese ancora più intricato. Infatti, dalle analisi fatte al microscopio delle iscrizioni che si trovano sulle formelle dei vasi canopi, emersero alcuni geroglifici che erano stati quasi del tutto cancellati; ciò che rimaneva rivelò che un titolo femminile era stato rimosso dalle colonne del testo e sostituito con quello di un uomo. Non si trattava però del nome Semenekhkara, come Krauss si aspettava, ma di quello del suo predecessore, il faraone Akhenaten.

Sembrerebbe che in un periodo imprecisato, a metà del XIV secolo a.C., Tutankhamon avesse sottratto il corredo funebre di suo fratello Semenekhkara e sottoposto i suoi resti a un macabro rituale, riseppellendolo con gli oggetti di una donna che erano già stati modificati per un altro uomo. L’enigma della tomba KV55 risulta così oscuro che ancora oggi costituisce un mistero insoluto.

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