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La storia segreta delle pergamene di Shapira
6 Ago 2012

La storia segreta delle pergamene di Shapira

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Moses Shapira, un commerciante di antichità a Gerusalemme, nel 1883 venne in possesso di quindici pergamene scritte in ebraico in grado di predatare i primi scritti conosciuti del Vecchio Testamento di ben 1.500 anni. Nonostante ciò l’antiquario morì suicida e le pergamene di Shapira non furono mai più trovate. 

Pergamene di Shapira

Moses Wilhelm Shapira

Nel luglio del 1883, Moses Shapira, un ebreo convertito al cristianesimo e commerciante di antichità a Gerusalemme, giunse a Londra con una scoperta sensazionale. Shapira, che aveva con sé quindici strisce sottili di pergamena scritte in ebraico, affermò che erano state scoperte da pastori arabi in una caverna delle colline palestinesi. Il testo delle pergamene conteneva versioni di passi del Deuteronomio, inclusi i Dieci Comandamenti, mentre lo stile della grafia le faceva risalire al VI secolo a.C. o persino prima. Il ritrovamento, se autentico, predatava i primi manoscritti conosciuti del Vecchio Testamento (IX secolo d.C.) di ben millecinquecento anni. Non sorprende che Shapira chiedesse in cambio un milione di sterline.

Il commerciante, tuttavia, non godeva di buona reputazione nel mondo delle antichità, in quanto dieci anni prima era stato coinvolto in uno scandalo riguardante reperti contraffatti provenienti da Dhiban in Giordania. L’iscrizione su un’ampia tavola di basalto trovata in quel luogo nel 1868 costituì la scoperta più sensazionale nell’archeologia biblica di tutti i tempi. Il testo ebraico sulla pietra narrava la storia del conflitto tra Mesha, re di Moab, e gli israeliti, intorno all’850 a.C., e forniva una conferma sorprendente dell’accuratezza della Bibbia: la versione biblica della storia si trova nel Secondo libro dei Re. La celebrità della “Pietra di Mesha”, come venne chiamata, portò alla ricerca di altri reperti nella stessa area. Alcuni vasi con iscrizioni simili a quella della Pietra di Mesha vennero “scoperti” da alcuni arabi nei pressi di Dhiba e comprati da Shapira, che a sua volta li vendette al governo tedesco. Con il ricavato della vendita egli pagò i suoi contatti arabi affinché portassero alla luce altri vasi. Questi, tuttavia, furono falsificati, e l’inganno continuò finché non venne scoperto da Charles Clermont-Ganneau, autore della prima pubblicazione accademica sulla Pietra di Mesha. Anche se Shapira era anch’egli una vittima innocente, la sua reputazione venne irreparabilmente danneggiata.

Com’era prevedibile, quando Shapira presentò le sue pergamene all’autorità tedesca nel 1878, venne allontanato bruscamente. Per un po’ l’uomo accantonò le pergamene, ma il suo interesse si riaccese qualche anno più tardi quando lesse dei progressi recenti compiuti in campo biblico. Secondo un nuovo approccio analitico, oggi conosciuto come “critica testuale”, gli scritti del Vecchio Testamento apparivano opera di autori diversi. Per esempio, alcuni passi usavano il nome Yahweh (Geova) per Dio, mentre altri utilizzavano Elohim. Grazie a tali indizi, alcuni studiosi tedeschi affermarono di poter differenziare le fonti usate dai compilatori. Shapira esaminò nuovamente le sue pergamene ed, eccitato, constatò che usavano solo il nome Elohim: era convinto di avere tra le mani niente di meno che le fonti della Bibbia. In termini economici, la scoperta avrebbe significato più che una vita lussuosa. La figlia di Shapira ricordò più tardi i sogni ingenui a cui si era abbandonata la sua famiglia: non solo di vivere in un palazzo, ma anche di costruire un magnifico giardino-rifugio per i lebbrosi, e persino di comprarsi tutta la Palestina. Nel 1883 Shapira aveva completato una nuova traduzione delle pergamene e, incoraggiato dal prof. Schroder, il console tedesco di Beirut, portò i reperti a Berlino perché fossero esaminati da una commissione di esperti. Dopo solo un’ora e mezzo di deliberazione, essi dichiararono che i manoscritti erano “contraffazioni brillanti e impudenti“. Evidentemente la questione delle ceramiche moabite non era stata dimenticata.

Shapira, che aveva destato l’interesse della stampa, si recò rapidamente a Londra, dove i suoi preziosi manoscritti ricevettero migliore accoglienza, almeno inizialmente. Il British Museum incaricò il suo esperto della Palestina, Christian Ginsburg, di esaminare i testi e trascriverli; la sua traduzione venne pubblicata a puntate sul “Times” quello stesso agosto. Due delle pergamene erano già state messe in mostra nel museo e divennero ben presto una fonte di richiamo e di controversie sia tra l’opinione pubblica sia tra gli studiosi. Il primo ministro William Gladston, anch’egli studioso erudito del mondo antico, cambiò i suoi programmi per visitare il museo e avviò una lunga discussione con Shapira sullo stile della scrittura delle pergamene. Correva voce che il Ministero del Tesoro avesse già deciso di finanziarne l’acquisto da parte del British Museum. Nel frattempo, la famiglia di Shapira a Gerusalemme si era data alla bella vita.

La situazione, tuttavia, cominciò a ritorcersi contro Shapira. Vari studiosi, incluso il direttore del British Museum, proclamarono che nessuna pergamena poteva essere sopravvissuta al clima piovoso della Palestina per più di duemila anni. Poi giunse Clermont-Ganneau che, dopo averle esaminate superficialmente nella teca di vetro, annunciò che erano contraffazioni. Egli addusse argomentazioni plausibili per dimostrare che erano state tagliate dal fondo di manoscritti relativamente moderni e anticate con sostanze chimiche. Non desiderando essere umiliato dal collega francese, Ginsburg fece dietro front e completò i suoi episodi sul Times con un articolo che denunciava i ritrovamenti di Shapira come falsi. Per di più, migliorò la teoria di Ganneau affermando di poter individuare la mano di numerosi scribi, guidati da un ebreo dotto, di origine tedesca, polacca o russa. Lo stile della grafia, sostenne, era semplicemente stato copiato dalla Pietra di Mesha.

Sembravano non rimanere dubbi: i manoscritti erano contraffazioni e Shapira era perciò un truffatore o uno sciocco. Il 23 agosto questi scrisse una lettera a Ginsburg dal suo hotel di Londra, rimproverandogli di avergli voltato le spalle tanto clamorosamente: “Mi avete messo in ridicolo pubblicando ed esibendo cose che ritenete false. Non penso di riuscire a sopravvivere a tale vergogna“. Shapira pensava davvero ciò che scrisse, e nel marzo del 1884 si tolse la vita in un hotel di Rotterdam. La sua famiglia, che aveva accumulato molti debiti prevedendo la vendita dei manoscritti, vendette tutto ciò che possedeva a Gerusalemme e si trasferì in Germania. Nel frattempo, le pergamene vennero vendute all’asta da Sotheby’s ad un libraio per la somma di dieci sterline e cinque scellini. L’ultima traccia delle pergamene di Shapira proviene dal catalogo di un secondo libraio datato 1887, dove vengono quotate venticinque sterline e collocate tra il 1500 a.C. e il 1800 d.C.! Dopodiché se ne sono perse le tracce.

La storia delle pergamene di Shapira sarebbe terminata in tal modo, quale ulteriore trionfo della scienza sulla falsificazione, se non fosse stato per una scoperta fatta nel 1947: un pastore beduino, esplorando una caverna sulle scogliere vicino al Mar Morto, a Qumran, si imbatté nei famosi “Rotoli del Mar Morto”. La forma e l’aspetto di tali manoscritti indubbiamente autentici erano molto simili a quelli posseduti da Shapira; gran parte di essi risalivano al I secolo a.C. ma erano stati scritti deliberatamente in uno stile ebraico arcaico, usando forme di lettere cadute in disuso centinaia di anni prima. Sfortunatamente, non possiamo sottoporre i manoscritti di Shapira allo stesso esame accurato e ai numerosi test scientifici a cui sono stati sottoposti i rotoli di Qumran, perciò non è possibile alcun paragone reale.

Le pergamene di Shapira erano autentiche? L’ebreo fu forse vittima dell’incertezza accademica? Tale è l’opinione di John Allegro, un’autorità in materia di rotoli del Mar Morto e uno fra gli studiosi che hanno riaperto il caso Shapira. Col senno di poi possiamo constatare che la valutazione dei manoscritti da parte dello stesso Shapira fu di gran lunga migliore di quella degli “esperti” che lo denunciarono. Si guardò bene dall’affermare che i manoscritti erano antichi quanto la Pietra di Mesha, e riconobbe che potessero essere stati compilati negli ultimi secoli prima di Cristo, da una setta ebrea non ortodossa che viveva vicino al Mar Morto. Una predizione significativamente accurata della comunità di Qumran che noi associamo ai rotoli del Mar Morto. Secondo Allegro: “Dovremmo imparare dagli errori passati ed aprire le nostre menti a possibilità ed idee che il nostro presente imperfetto non riesce a comprendere. Ciò vale soprattutto nel campo dell’archeologia, in cui quasi ogni stagione porta scoperte nuove che richiedono una rivalutazione di teorie e supposizioni superate“.

Parole sagge, ma per il povero Shapira e la sua famiglia giungono con un secolo di ritardo. Così come il riconoscimento del British Museum, nel catalogo di una mostra del 1990 sui falsi, in cui si afferma che il caso Shapira è un classico esempio di come anche gli esperti si possono sbagliare. Per quanto riguarda i manoscritti, potevano benissimo essere ciò che Shapira pensava, ossia i frammenti più antichi del Vecchio Testamento. Ma, finché non riappariranno, magari ridotti in polvere in qualche soffitta, il mistero delle pergamene di Shapira rimarrà irrisolto.

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