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I giganti di pietra dell’Isola di Pasqua
18 Lug 2016

I giganti di pietra dell’Isola di Pasqua

Post by Administrator

Centinaia di giganti di pietra giacciono silenziosi ed immobili sepolti da secoli nell’Isola di Pasqua. I primi esploratori dell’odierna Polinesia rimasero esterrefatti quando davanti ai loro occhi apparvero per la prima volta queste enormi statue dalle sembianze umane. Chi le ha innalzate e per quale motivo?

Gigante di Pietra

Gigante di Pietra

Nella domenica di Pasqua del 1722 l’equipaggio di una nave olandese che navigava nell’Oceano Pacifico, spinta dagli alisei che soffiano da sud-est, avvistò inaspettatamente la terraferma. Accostandosi a una riva rocciosa e inospitale, l’ammiraglio Jacob Roggeveen vide con grande stupore che era disseminata di gigantesche statue con la schiena rivolta al mare, di cui alcune recanti sul capo caratteristiche acconciature rosse. Quando approdò, vi scoprì una popolazione di poveri isolani: erano attrezzati con strumenti e armi di pietra e possedevano solo qualche canoa, tutte piccole e in cattivo stato.

Il navigatore inglese Capitano Cook visitò l’isola mezzo secolo dopo. Tra i suoi uomini vi era un marinaio hawaiano in grado di comprendere la lingua degli indigeni, polinesiana come la sua. Gli isolani gli dissero di essere i discendenti degli scultori delle statue. Secondo le loro leggende, erano stati guidati in quel luogo dal loro capo Hotu Matu’a e da allora erano trascorse 22 generazioni.

Verso il 1000 a.C. una razza di esperti vasai e uomini di mare, denominata dagli archeologi “Lapita“, raggiunse le Fiji dalla Nuova Guinea e compì quindi la lunga e perigliosa traversata fino a Tonga e Samoa. I loro discendenti si spinsero ancora più a est circa quattro secoli dopo, alla ricerca di nuove isole “sopravvento“, come dicono i Polinesiani. Sapevano che ve ne erano molte, e che quelle “sopravvento” erano sempre deserte.

Un testo sanscrito descrive l’arte del pilota: “Conosce il corso delle stelle ed è sempre capace di orientarsi. Distingue le zone dell’oceano in base ai pesci, agli uccelli, al colore dell’acqua“. I Lapita aggiunsero le conoscenze del mare mosso e dei tipi di onde, della formazione delle nubi e dei venti prevalenti. A bordo delle loro potenti doppie canoe, capaci di navigare sopravvento, fecero lunghi viaggi verso isole lontane, divenendo così il “popolo delle molte isole“, i Polinesiani.

Si può supporre che, verso il 380 d.C., il figlio più giovane di un capo delle Isole Tuatomu abbia preso il mare con alcuni seguaci al termine di una lite, volgendo le prue a est. Immaginiamo che abbiano navigato per molti giorni senza avvistare la terraferma. Trascinati nella fascia dei venti che soffiano selvaggiamente da ovest, essi erano ormai molto a sud e disperavano di trovare un approdo. Il cibo cominciava a scarseggiare perché gli animali di cui erano soliti nutrirsi, tranne qualche gallina che avevano a bordo, mancavano. Infine, quando il vento si calmò, rivolsero le canoe a nord, ritrovarono gli alisei provenienti da sud-est e, spinti da questi, si imbatterono nell’ultima isola: Te Pito o Te Henua, “l’Ombelico del Mondo“.

Gli abitanti dell’Isola di Pasqua divennero gli scultori più abili di tutte le isole del Pacifico. A partire dal 400 circa eressero in riva al mare piattaforme funerarie di pietra, le ahu, rivestendone alcune con grandi massi levigati, modellati e inseriti con maestria. Le ahu diventavano tabù nel periodo in cui il corpo del defunto veniva ridotto a uno scheletro dall’azione congiunta degli uccelli, del vento e delle intemperie. Finché l’opera non era completata, la famiglia del morto sorvegliava la piattaforma, dopo di che il clan si riuniva e seppelliva le ossa all’interno dell’ahu, dando poi una gran festa in onore del congiunto. Per onorare meglio gli antenati e mostrare la forza e la ricchezza del clan, gli isolani costruivano delle statue scolpendo la morbida roccia di una piccola collina vulcanica, il Rano Raraku. Dapprima le immagini ebbero varie forme; in seguito, a partire all’incirca dal 1100, un’unica figura finì per dominare: un individuo maschile dalla testa stilizzata e dai lunghi lobi, con il corpo talvolta minutamente decorato da tatuaggi. Le statue venivano collocate sull’ahu da dove guardavano, con i loro occhi spalancati infissi nella pietra, le case e i campi del clan. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la presenza sulle effigi delle “lunghe orecchie” sia un chiaro segno dell’arrivo nell’isola di un nuovo gruppo etnico. La civiltà dell’Isola di Pasqua prosperò per 600 anni. La popolazione coltivava la patata dolce e la banana, costruiva canoe per pescare, allevava galline. Abbatteva gli alberi per costruire belle abitazioni con fondamenta di pietra e tetti di paglia. I capi del clan facevano a gara a edificare le statue più alte e di miglior fattura.

Dal 1500 circa nell’isola si affermò il culto dell’uomo degli uccelli, identificabile forse con il dio Makemake. Dal villaggio cerimoniale di Orongo, che si abbarbica alle scogliere presso il cratere di Rano Kau, i seguaci correvano ogni anno verso riva e nuotavano fino all’isola di Motu Nui, cercando di impadronirsi del primo uovo deposto dalla sterna scura al termine della migrazione annuale.

Il capo del clan a cui apparteneva chi riusciva a riportare il primo uovo diveniva, per un anno, una potente figura rituale che aveva diritto di esigere dei doni. Le case, le caverne e le rocce attorno a Orongo sono ornate con sculture e rilievi della leggenda di Makemake. Il rituale comportava il canto della preghiera scritta su tavolette di legno, rongorongo, in una scrittura esclusiva dell’Isola di Pasqua.

L’ascesa del culto di Makemake significa forse che dopo il 1400 un altro gruppo etnico sopraggiunse nell’Isola di Pasqua, ma nessuno può affermarlo con sicurezza. Quello che è certo è che dopo il 1600 scoppiò una guerra. Il legno ormai scarseggiava e senza di esso la vita era dura. Le vecchie canoe non potevano più essere sostituite e non si costruivano più nuove case. Privato degli alberi, il suolo si degradò e il cibo diventò difficile da reperire. Le donne e i bambini catturati in battaglia venivano divorati. Anche le ahu caddero in mano al nemico e le immagini degli antenati furono rovesciate.

Le leggende narrano di un grande scontro, avvenuto una generazione prima dell’arrivo degli Europei, che ebbe fine con il massacro delle “lunghe orecchie” da parte delle “orecchie corte”. Queste popolazioni erano forse costituite dagli ultimi discendenti di varie civiltà, costretti a combattersi quando sopraggiunse la carestia.

Agli occhi degli Europei si offrì lo spettacolo del continuo stato di guerra, fame e miseria. Nel 1838 le statue ancora erette erano ormai poche. Nel 1862 gli schiavisti peruviani caricarono gli uomini e le donne sani e li costrinsero a lavorare nelle miniere del loro paese. I pochi che riuscirono a salvarsi diffusero, al ritorno nell’isola, il vaiolo e la lebbra. Nel 1877 la popolazione dell’Isola di Pasqua era di soli 110 individui. Nel 1888 l’isola fu annessa al Cile. Disponendo di cibo migliore e di cure mediche, quei pochi sopravvissero per vedere la loro terra diventare il centro di uno dei grandi misteri del mondo moderno.

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