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La leggenda della miniera delle pepite d’oro
17 Giu 2019

La leggenda della miniera delle pepite d’oro

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La miniera delle pepite d’oro, conosciuta anche con il nome di “miniera degli Olandesi”, è una fantomatica miniera il cui ingresso è nascosto tra le montagne dell’Arizona nel sud-ovest degli Stati Uniti. La scoperta di questo luogo incredibile è avvolta nella leggenda ma si ritiene che il ricchissimo giacimento fosse già noto agli Apaches che lo mostrarono ai primi monaci spagnoli giunti dal vecchio continente.

Montagne Arizona - Miniera delle Pepite d'Oro

Montagne Arizona

Da qualche parte, tra le montagne dell’Arizona, c’è una miniera d’oro così ricca, che se le sue pareti sono percosse con un martello, ne ruzzolano giù pepite d’oro. Ma la favolosa miniera ha custodito bene i suoi tesori. Morte e disastri hanno colpito tutti quelli che hanno cercato di saccheggiarla.

È nota come “la miniera degli Olandesi”, perché due dei molti che hanno cercato di sfruttarla nel XIX secolo furono creduti originari dell’Olanda, benché in realtà, fossero tedeschi.

La scoperta della miniera delle pepite d’oro è avvolta nella leggenda. Si ritiene che fosse già nota agli Apaches che per primi la mostrarono ai monaci spagnoli giunti in Arizona dalle colonie del Messico. La voce popolare parlava di una miniera dove l’oro si poteva raccogliere a palate, ed è presumibile che molte spedizioni si siano dirette a nord in cerca di questo El Dorado.

La miniera è menzionata per la prima volta nei registri spagnoli come facente parte di una concessione (l’intera Arizona) assegnata nel 1748 dal re Ferdinando VI di Spagna a Don Miguel Peralta. Sembra che nei cento anni seguenti gli eredi di Peralta abbiano fatto vari viaggi alla miniera delle pepite d’oro dalle loro residenze nel Messico. Poi stando a rapporti più recenti, un tale Enrico Peralta dovrebbe aver guidato una spedizione in Arizona nel 1864.

A quell’epoca, ormai, gli Apaches non erano più amichevoli. Al gruppo guidato da Enrico fu tesa un’imboscata. Tutti, salvo un uomo, furono massacrati nel corso di una battaglia durata tre giorni. Il superstite raggiunse il Messico con una mappa che indicava dov’era la miniera. Pochi anni dopo, un cercatore europeo giunse avventurosamente alla miniera. Abraham Thorne, che abitava in Arizona, era in rapporti di amicizia con gli indiani: nel 1870, gli Apaches si offrirono di mostrargli una località dove avrebbe potuto raccogliere oro. L’unica condizione fu che accettasse di lasciarsi bendare gli occhi durante il viaggio.

Quando gli fu tolta la benda, dopo circa venti miglia di percorso, Thorne vide che si trovava in un canyon. Circa un miglio più a sud si vedeva un pinnacolo aguzzo. Non c’erano tracce di una miniera, ma alla base di una delle pareti del canyon stava un mucchio di oro quasi allo stato puro. Thorne ne raccolse quanto ne poteva portare e fu ricondotto a casa, sempre bendato. Vendette poi quell’oro per seimila dollari.

Poco tempo dopo, Thorne tornò in quella zona con un gruppo di amici ma questa volta gli Apaches li assalirono e li uccisero tutti. Un anno dopo, giunsero sulla scena gli “Olandesi”. Erano in realtà due avventurieri tedeschi, Jacob Waltz e Jacob Weiser, che dicevano di avere salvato un uomo di nome Don Miguel Peralta durante una rissa.

Questo Don Miguel era il figlio di Enrico, e aveva parlato ai suoi soccorritori della miniera di famiglia. I due Jacob accettarono di andare con lui in Arizona in cambio di una percentuale sui profitti. Secondo i racconti fatti più tardi da Waltz e da Weiser, indipendentemente l’uno dall’altro, i tre trovarono la miniera delle pepite d’oro con l’aiuto della mappa della famiglia Peralta e raccolsero oro per un valore complessivo di 60.000 dollari. Poi Don Miguel vendette la mappa e il suo titolo di proprietà della miniera ai due amici in cambio della loro quota d’oro. Nel 1879 usando la mappa di Don Miguel i due tedeschi tornarono nel canyon da soli e uccisero un paio di messicani che trovarono a lavoro nella miniera.

Prima della sua morte, dodici anni dopo, Waltz descrisse così il terreno: “Era tanto accidentato che potevate trovarvi nella miniera senza vederla“. La miniera era un profondo pozzo a forma di imbuto. Enrico Peralta aveva fatto scavare una galleria nel fianco della collina, diretta al fondo della miniera.

Gli “Olandesi” lavorarono alla miniera delle pepite d’oro finché il disastro si abbatté su di loro. Una sera Waltz tornando all’accampamento, non trovò più Weiser. Era scomparso. Sul terreno erano rimaste una camicia insanguinata e alcune frecce.

Due volte, durante gli anni 1880 e 1881, la miniera venne trovata per caso. I primi scopritori furono due giovani soldati che comparvero nel villaggio di Pinal con le borse della sella piene d’oro. Raccontarono che il minerale veniva da una miniera a forma di imbuto, in un canyon vicino a un aguzzo pinnacolo di roccia. Poi si rimisero in cammino per tornare alla miniera. Un gruppo di cercatori mandato sulle loro tracce li trovò uccisi a colpi di arma da fuoco. A questo punto, nel 1882, gli Apaches decisero di nascondere la miniera: non aveva portato altro che morte e violenza.

Un indiano noto come Apache Jack narrò più tardi la decisione della tribù. Le squaw furono messe a lavoro per riempire il pozzo. Poi, per mascherare l’area, furono spostate alcune grosse rocce. E di lì a non molto anche la provvidenza diede mano all’opera: venne un terremoto, che contribuì ad alterare i punti di riferimento. Otto anni dopo Jacob Waltz morì, e con lui scomparve il segreto della miniera delle pepite d’oro.

I cercatori d’oro continuarono a frugare quell’area in cerca della miniera degli Olandesi, ma nel 1895 avvenne un fatto che aumentò la confusione sull’intera faccenda. Un uomo di nome James Addison Reavis fu condannato da un tribunale di Santa Fe, in Arizona, per aver falsificato antichi documenti, assegnando a un immaginario Don Miguel Peralta la concessione dei territori. Il processo rivelò che Reavis era andato dal Messico in Spagna per inserire i suoi falsi nei registri antichi, e aveva poi completato l’opera sposando una ragazza messicana che si pretendeva erede della famiglia Peralta.

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