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A spasso sulla lava rovente con i kahuna hawaiani
4 Nov 2019

A spasso sulla lava rovente con i kahuna hawaiani

Post by Administrator

Nel 1880, grazie alla guida di tre sacerdoti hawaiani, chiamati in dialetto locale “Kahuna”, il noto geologo, botanico ed etnologo americano William Tufts Brigham, fece un’esperienza unica raccontata in seguito da Max Freedom Long. Lo studioso prese parte ad una camminata sulla lava ardente di un vulcano hawaiano senza riportare ustioni o danni di alcun genere.

William Tufts Brigham

William Tufts Brigham

Uno dei pochi occidentali che fece una camminata rituale sul fuoco, e forse l’unico a compierla sulla lava incandescente, è stato William Tufts Brigham, conservatore del Museo di Etnologia di Honolulu. Il racconto della sua impresa, che ebbe luogo verso il 1880 sotto la guida di tre amici kahuna (sacerdoti hawaiani), ci è stato riportato da Max Freedom Long.

Fino a mezzogiorno, ci arrampicammo sul versante del vulcano sotto un cielo fumoso, con l’odore dello zolfo che diventava sempre più penetrante. Erano le tre del pomeriggio circa, quando giungemmo alla fonte della colata. Era una vista splendida. Il fianco della montagna si era aperto appena sopra il limite dei boschi e la lava stava fuoriuscendo da varie aperture. Ruggendo, sprizzava fino a 70 m di altezza, poi ricadeva per formare una grande pozza ribollente. La pozza traboccava nel punto più basso e formava una colata. Un’ora prima del tramonto incominciammo a seguire la lava verso il basso, in cerca di un punto in cui fare il nostro esperimento.

Giunti alla foresta pluviale senza aver trovato un posto adatto, decidemmo di pernottare nelle vicinanze. La mattina seguente riprendemmo il cammino e, poche ore dopo, trovammo il punto che cercavamo. La colata attraversava un tratto pianeggiante largo circa 800 m, dove le pareti a picco della gola si abbassavano in ripiani a terrazze, con bruschi dislivelli dall’una all’altra. Ogni tanto un masso galleggiante ostruiva il flusso della colata proprio nel punto in cui avveniva la cascata, e allora la lava si espandeva per formare una sorta di slargo. Poi, il tappo veniva spinto oltre e allora la lava defluiva, lasciando dietro una sottile superficie sulla quale poter camminare quando si fosse sufficientemente indurita. Ci fermammo davanti al più esteso fra tre slarghi di lava e lo guardammo riempirsi e svuotarsi. Il calore era intenso.

Poiché volevamo scendere sulla costa quel giorno stesso, i kahuna non persero tempo. Avevano portato con sé delle foglie di ti ed erano pronti a entrare in azione appena la lava si fosse abbastanza indurita da sopportare il nostro peso. (Quando riescono a trovarle, le foglie del ti sono universalmente usate dai Polinesiani per camminare sul fuoco. Esse sono lunghe dai 30 ai 60 cm e piuttosto strette, con bordi taglienti come quelle del marisco. Formano un ciuffo in cima a uno stelo simile per lunghezza e forma a un manico di scopa.)

Quando le pietre che lanciavamo sulla superficie della lava dimostrarono che si era indurita tanto da sostenere il nostro peso, i kahuna si alzarono e cominciarono a scendere verso la lava. Sul fondo, era molto peggio che trovarsi in un forno da panettiere. La lava stava annerendosi in superficie, ma era attraversata da lividure, come avviene sul ferro rovente che si raffredda prima che il fabbro lo immerga nell’acqua per la tempra. Rimpiansi vivamente in cuor mio di essere stato così curioso. Il solo pensiero di dover correre su quell’inferno piatto fino all’altra sponda mi faceva tremare.

I kahuna si tolsero i sandali e legarono delle foglie di ti intorno ai loro piedi, circa tre foglie per piede. Sedetti anch’io e iniziai a legare le foglie intorno ai miei scarponi chiodati. Non volevo correre rischi. Ma mi dissero che non sarebbe servito a nulla, che dovevo togliere gli scarponi e le due paia di calze, perché la dea Pele non avrebbe gradito che io mi proteggessi dalle ustioni con gli scarponi: sarebbe stato un insulto nei suoi riguardi se li avessi portati.

Mi difesi con calore, e dico “con calore” perché stavamo per essere arrostiti. Sapevo che non era Pele a rendere possibile la magia del fuoco e feci del mio meglio per scoprire che cosa o chi detenesse questo straordinario potere. Come al solito, risero e dissero che, naturalmente, il kahuna “bianco” conosceva il trucco di ricevere il mana (potere tipico dei kahuna) dall’aria o dall’acqua, e che non valeva la pena di perdere tempo a discutere una cosa che nessun kahuna sapeva esprimere a parole, cioè un segreto che si tramandava da padre in figlio.

Il nocciolo della faccenda è che rifiutai chiaramente di togliermi gli scarponi. Sotto sotto, immaginavo che se gli Hawaiani potevano camminare sulla lava ardente con i loro coriacei piedi nudi, io potevo proteggermi meglio con le pesanti suole di cuoio. I kahuna continuarono a considerare i miei scarponi come un ottimo scherzo. Se volevo offrirli come sacrificio agli dei, non era una cattiva idea. Si fecero un sorriso d’intesa e mi lasciarono legare le foglie come volevo io mentre intonavano i loro canti.

I canti erano in hawaiano arcaico. Era la solita “parola di Dio”, tramandata attraverso innumerevoli generazioni. Tutto ciò che riuscivo a capire era che consisteva in brevi accenni di storia leggendaria, infarcita di lodi a un dio o a vari dei. Rischiai di arrostire vivo prima che finissero le loro cantilene, sebbene non credo che siano durate più di qualche minuto. Uno dei kahuna frustò la tremolante superficie della lava con un ciuffo di foglie di ti e poi mi offrì di passare per primo. Istantaneamente ricordai le buone maniere: prima l’età e poi la bellezza.

La questione fu subito risolta, e si decise che il kahuna più anziano sarebbe passato per primo, io per secondo e poi gli altri, uno dietro l’altro. Senza un momento di esitazione, il più vecchio si mise a trotterellare su quella superficie spaventosamente calda. Lo stavo guardando a bocca aperta, e quasi si trovava dall’altra parte (una distanza di circa 50 m), quando qualcuno mi diede una spinta che non mi lasciò scelta tra il cadere a faccia in giù nella lava oppure mettermi a correre.

Ancora non so quale follia mi prese, ma mi misi a correre. Il calore era incredibile. Trattenni il fiato e la mia mente parve cessare di funzionare. Ero giovane, allora, e potevo correre i cento metri in modo onorevole. Correre? Avrei volato! Avrei battuto tutti i record! Ma con i primi passi, le suole dei miei scarponi incominciarono a bruciare: si arcuarono e rattrappirono stringendomi i piedi come una morsa. Poi, le cuciture si aprirono e mi ritrovai senza una suola e con l’altra che sbatteva dietro di me ancora attaccata al tacco. Quella suola causò quasi la mia morte, mi faceva continuamente inciampare e mi rallentava. Finalmente, dopo un tempo lunghissimo, ma che non può essere durato più di pochi secondi, con un balzo raggiunsi la salvezza.

Guardai i miei piedi e vidi che le calze stavano ancora bruciando, attaccate ai bordi rattrappiti delle tomaie degli scarponi. Diedi qualche botta per spegnere la brace che ne consumava il cotone e alzando gli occhi vidi che i kahuna si stavano sbellicando dalle risa alla vista del tacco e della suola del mio scarpone sinistro che ancora bruciava sulla lava. Mi associai all’ilarità dei sacerdoti hawaiani e anch’io risi. Non mi ero mai sentito tanto sollevato in vita mia. Scoprivo che non solo ero salvo, ma che non avevo riportato la minima ustione sui piedi, nemmeno dove avevo dovuto battere le calze per spegnere il fuoco.

Non c’è molto altro da raccontare su questa esperienza. Provavo una sensazione di intenso calore sul corpo e sul viso, ma quasi nessuna ai piedi. Quando li toccai, scottavano nelle mie mani, ma io non li sentivo caldi. Nessuno dei kahuna aveva la minima ustione, sebbene le foglie di ti, che avevano legato intorno ai piedi, fossero bruciate da tempo.

Il mio viaggio di ritorno fu un incubo. Il tentativo di camminare con sandali improvvisati, intagliati nel legno verde, mi ha lasciato un ricordo molto più vivo del mio passaggio sul fuoco!“.

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