Il mistero delle tavolette di Weissenhorn

24 Gennaio 2019

Scoperte Enigmatiche

Verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso vennero portate alla luce, nei pressi di Weissenhorn, in Germania, una serie di tavolette con delle strane quanto indecifrabili incisioni. La scoperta avvenne in maniera fortuita e da allora numerosi studiosi si sono cimentati nel cercare di fornire una spiegazione attendibile dello strano ritrovamento.

Soldati di Weissenhorn

Tavolette di Weissenhorn

Fu un regalo davvero insolito quello che un ragazzo ricevette in dono per la sua prima comunione verso la metà degli anni ’80. I suoi genitori, infatti, gli regalarono nove statuine in steatite imballate in una scatola da scarpe. Gli occhi del bambino si illuminarono nello scorgere strane iscrizioni. In fin dei conti, uno dei suoi sogni era proprio quello di diventare archeologo. Fiero stringeva fra le mani il suo tesoro. E con orgoglio lo mostrò agli amici nell’intimità della sua stanza.

Quel bambino, di nome Wolfgang Keck crebbe, studiò filosofia ed economia a Bayreuth e iniziò a lavorare nel settore delle pubbliche relazioni. Le statuine però, non persero mai il loro fascino. Nessun esperto è riuscito ancora a scoprire a quale lingua appartengono le iscrizioni. Per tal motivo, ancora oggi, non ne troviamo traccia nelle pubblicazioni scientifiche.

Tanti anni fa, amici dei miei genitori costruirono una casetta a WeissenhornPer fare il selciato del vialetto di accesso, ordinarono un carico di pietre. Quando gliele consegnarono, fra di esse vi erano queste strane tavolette. Nessuno aveva idea di cosa fossero, perciò me le regalarono“. La città di Weissenhorn si trova fra Memmingen e Ulm. Nemmeno Keck, però, conosce l’esatta provenienza di questo famoso carico di pietre. Fra il 1986 e il 1999 i reperti vennero consegnati temporaneamente alla collezione archeologica della sua città natale. “Lo devo a un mio vicino” ricordò Keck. “Mi raccontò che un archeologo sarebbe andato a trovarli in classe e che ogni ragazzino avrebbe potuto portare qualche oggetto per farglielo datare“. Keck non se lo lasciò ripetere due volte e consegnò all’amico uno dei suoi piccoli tesori. “Alcuni giorni dopo, mentre facevo una passeggiata con mia nonna con mia grande sorpresa, incontrai in compagnia del mio amico proprio l’archeologo che, armato di uno strumento, scandagliava il terreno ai margini del bosco. Lui, infatti, gli aveva raccontato di aver trovato proprio lì la statuetta. A quel punto chiarimmo le cose“.

Risoluto, l’uomo si presentò ai genitori di Keck. L’anziano signore altri non era che Hans Burkhardt, fondatore della collezione archeologica della città di Weissenhorn. Convinse i genitori di Keck ad affidargli, a titolo di prestito, i reperti per inserirli nella collezione, così che tutti potessero ammirarli.

Non sono di sua proprietà. E con tutta probabilità non provengono nemmeno da Weissenhorn“. Hans Burkhardt però, era ben deciso a condurre delle ricerche su quei meravigliosi reperti racchiusi nella scatola di cartone. Li affidò temporaneamente all’Accademia delle Scienza della Baviera affinché li esaminassero. Il risultato della perizia non fornì molte risposte, in compenso sollevò un gran numero di domande.

Il 18 agosto 1987 il dottor Ludwig Pauli, su incarico della commissione per la ricerca archeologica della Rezia tardo-romana disse che la ricerca relativa alle “tavolette di Weissenhorn” con raffigurazioni e iscrizioni era stata esaminata in diversi reparti prima di essergli consegnata e “ora tocca a me il compito di comunicarvi che nessuno è stato in grado di risolvere il mistero. Anche la composizione dei singoli caratteri delle iscrizioni non si riesce a collegare a nessuna forma di scrittura a noi nota. Siamo dolenti di non poter aiutare la città di Weissenhorn a risolvere questo enigma“.

Hans Burkhardt morì nel 1995. E così il legittimo proprietario delle tavolette di Weissenhorn decise di riportare a casa i suoi reperti, prima che potessero scomparire nel dimenticatoio. L’unico che a tutt’oggi continua ad interessarsene è Hans Walter Roth, oculista, direttore dell’Istituto di Contattologia Scientifica di Ulm, nonché docente di oculistica Antica negli Stati Uniti.

Il dottor Roth, in virtù della sua specializzazione, è molto ricercato a livello internazionale nell’ambito archeologico e da dieci anni collabora con i migliori specialisti nel tentativo di risolvere il mistero delle mie pietre“, racconta soddisfatto Keck. “Nel corso di una telefonata mi ha confidato che ritiene che si tratti di antiche pietre tombali. Le iscrizioni non sarebbero altro che i nomi dei guerrieri“. Nel 1995 venne contattato da Hans Burkhardt. “Mi mise su quella che, probabilmente, è la pista giusta raccontandomi dell’esistenza, nel suo museo, di pietre delle quali si ignorava ancora significato e provenienza e le cui iscrizioni non si riuscivano a decifrare. Sospettava che fossero redatte in abissino“.

Il primo esame delle iscrizioni non ha fornito alcun legame con nessuna lingua finora conosciuta. Tuttavia quasi tutti i segni sono presenti nell’una o nell’altra lingua del bacino del Mediterraneo. Nessuna, però, li conteneva tutti. “In un primo momento avevo pensato a una prima scrittura alfabetiforme fenicia, poiché mi sembra mostrasse le maggiori analogie“, spiegò Roth. “Tuttavia esistono combinazioni simili anche nel primo etrusco“.

Roth quindi contattò numerosi istituti a Giessen, a Francoforte, a Monaco, ma nessuno degli specialisti riuscì a risolvere l’arcano. “Non ho trovato nessun reperto analogo nemmeno nei musei di Atene, Roma e Londra“.

Gli specialisti hanno però espresso tutti la stessa opinione, e cioè che “non si tratterebbe della raffigurazione di divinità, bensì di persone dall’aspetto simile e primitivo“. A quanto pare, dunque, si tratterebbe di piccole pietre tombali, in uso nel territorio compreso fra l’Italia e il mar Rosso nel 2.000 a.C. Secondo Roth le lettere alfabetoformi formerebbero il nome del guerriero e si potrebbe dimostrare facilmente grazie alla grammatizzazione della sequenza di lettere. “Saremo in grado di leggere i nomi non appena scopriremo l’origine delle tavolette e potremo effettuare confronti, relativi alla fonetica e alla scrittura, con i reperti del luogo“.

Si tratta di un’impresa ardua, ma che vale la pena di tentare. Wolfgang Keck spera ardentemente che, prima o poi, qualcuno degli esperti contattati riuscirà a far luce sul mistero che avvolge le tavolette di Weissenhorn.

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