Edward Bach, pioniere della medicina olistica

16 Lug 2018

Medicina Alternativa

Edward Bach è considerato uno dei padri della moderna medicina olistica. Sin dagli esordi ebbe un approccio profondamente personale nei confronti delle malattie e della loro cura in netta contrapposizione con la tradizione medica occidentale. Dedicò l’intera vita alla ricerca di un rimedio “semplice” ed “innocuo” per ottenere la “guarigione definitiva”.

Edward Bach

Edward Bach

Fino ad un certo punto la vita del medico Edward Bach non sembra, almeno all’apparenza, discostarsi nettamente da quella della maggior parte delle persone. Nato nel 1886 in un paese dell’Inghilterra centrale, vantava ascendenze gallesi che contrassegnarono tutta la sua vita e le sue opere, consentendogli di meritare un posto di rilievo nel grande libro delle medicine olistiche. Infatti fu proprio nella campagna gallese che egli elaborò i rimedi che lo avrebbero reso famoso in tutto il mondo.

Edward non era un bambino come tanti: dimostrava una passione per la natura, insolita nell’infanzia, ma soprattutto una profonda e viva sensibilità nei confronti delle sofferenze altrui. Già all’età di sei anni aveva deciso che avrebbe fatto il medico, per guarire la gente. Fu proprio questa sua profonda e intensa umanità a contraddistinguere tutta la sua opera, a spingerlo ad andare al di là della malattia in senso stretto per restituire integrità all’essere umano, presupposto indispensabile per annullare la sofferenza e raggiungere la guarigione definitiva e, con essa, la felicità.

La vita di Edward Bach, contrassegnata da una lunga ricerca e da profonde sofferenze, fu un cammino evolutivo piuttosto travagliato. Dopo la laurea in medicina e vari anni trascorsi a fare ricerche e studi in campo immunologico, oltre che a curare i pazienti in ospedale, improvvisamente si ammalò gravemente. La diagnosi era una condanna definitiva e senza appello: tumore con metastasi avanzate, tre mesi si vita. Era il 1917. Bach aveva solo trentuno anni e negli ultimi tempi aveva lavorato intensamente, senza risparmio di energie.

Com’è comprensibile, Edward Bach fu travolto da una terribile disperazione. Fiaccato nel corpo e nella mente, fu solo grazie alla sua incrollabile determinazione a raggiungere lo scopo della sua vita che egli si rimise in piedi. Dopo qualche mese Bach, a dispetto della diagnosi senza appello e con stupore di coloro che lo conoscevano e che ne attendevano ormai la morte, era vivo e vegeto. La fenice era risorta dalle ceneri.

Lo scopo della vita di Bach era la ricerca di un rimedio “semplice“, che potesse essere usato facilmente da tutti, “innocuo” e che permettesse la “guarigione definitiva” dalla malattia. Nel momento stesso in cui ritenne che le sue ricerche fossero completate, Bach morì, nel 1936, diciannove anni dopo che era stato condannato a morte. Ma cosa fece Edward Bach in questi intensi diciannove anni?

Fin dall’inizio della sua pratica ospedaliera, Bach si rese conto che i pazienti erano ritenuti solo un numero e che di loro veniva presa in considerazione solo la malattia, indipendentemente dalla loro personalità. Al punto che alcuni colleghi di Bach non ricordavano nulla del paziente in cura, ma ricordavano solo la sua malattia. Edward Bach, invece, si schierava su posizioni che furono già di Ippocrate e Paracelso e, in un periodo più recente, di Hahnemann: non ci sono malattie, ma esseri umani malati. Sosteneva una “medicina alternativa” opposta alle pratiche mediche tradizionali che gli apparivano inutilmente meccaniche e spersonalizzate.

Non risalire a monte del sintomo, a ciò che aveva causato la malattia, sembrava inconcepibile a Bach. Nell’opera che si può considerare il suo testamento spirituale, egli espose questo stesso concetto, spiegandolo con un esempio molto calzante. Bach paragonava la malattia ad un nemico insediato saldamente in una roccaforte posta tra le colline, e impegnato a sferrare continui attacchi alla popolazione dei villaggi circostanti. La gente, invece di cercare di distruggere la roccaforte, si limita a riparare le case danneggiate e a seppellire i morti, cioè a porre rimedio alle conseguenze dell’attacco. Viene invece ignorata totalmente la roccaforte (che nel paragone corrispondeva alla causa reale della malattia).

Per chiarire questo paragone, se ne potrebbe fare un altro altrettanto calzante: suona la sirena del sistema di allarme e, invece di andare a vedere che cosa può aver causato l’attivazione dell’impianto, con un colpo di martello si distrugge la sirena. Nel paragone, la sirena è il sintomo, la manifestazione della malattia, e il colpo di martello è la pastiglia, che annulla il sintomo portando con sé anche effetti collaterali di vario tipo. Dato che non si è risaliti alle cause, non è possibile sapere se il sistema di allarme è partito perché sono entrati i ladri in casa o perché l’impianto è difettoso. Si è semplicemente ignorato quel campanello di allarme che è rappresentato dal sintomo e la malattia continuerà ad agire indisturbata.

Inizialmente, Bach si dedicò a ricerche nel campo dell’immunologia, nella speranza di trovare un vaccino in grado di sconfiggere certe malattie croniche dello stomaco. In collaborazione con un altro medico scoprì sette vaccini, che presero il nome di “nosodi di Bach“. Basati su principi omeopatici, essi sono tuttora usati e devono la loro genesi anche al fatto che in quel periodo Bach scoprì gli scritti del fondatore dell’omeopatia: Samuel Hahnemann. Fu una scoperta illuminante: significava che già qualcuno, prima di lui, aveva insistito sul fatto che si dovesse curare il paziente e non la malattia.

Nonostante ciò, i precetti di Bach non si identificavano totalmente con quelli dell’omeopatia: il medico inglese, per esempio, non accettava l’uso di veleni a scopo terapeutico, per quanto in dosi minime. Se infatti un rimedio doveva essere alla portata di tutti, doveva anche essere facile da preparare e non provocare danni in caso di errori, sovradosaggi o incompatibilità con altre cure. In ogni caso, dopo aver conosciuto l’omeopatia, Bach rafforzò ancor più la propria convinzione che le medicine non dovessero rappresentare una forma di violenza sull’organismo. Non soddisfatto per il fatto che i vaccini andavano inoculati, e considerando anche le iniezioni una forma di violenza, riuscì a modificarli fino a renderne possibile l’assunzione per via orale. Si andava sempre più delineando quel modo di pensare che l’avrebbe portato alla rottura con la tradizione medica occidentale.

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