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Otzi: la storia dell’uomo venuto dal ghiaccio
23 Lug 2012

Otzi: la storia dell’uomo venuto dal ghiaccio

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Ritrovata nel settembre del 1991, la mummia di “Otzi” è salita agli onori delle cronache a causa di un conflitto di competenze tra Italia ed Austria. L’elevato grado di conservazione dei tessuti e soprattutto l’antichità del reperto (il corpo rinvenuto ha circa 5.200 anni) lo rendono particolarmente raro ed ambito dagli studiosi. 

Cranio di Otzi

Cranio di Otzi

Era il 19 settembre del 1991 quando una coppia di vacanzieri, Helmut ed Erika Simon, procedevano a passo spedito durante un’escursione sulle Alpi del Tirolo. Avevano da poco attraversato il Passo Hauslabjoch, ad un’altezza di circa 3.000 metri, quando notarono un corpo che fuoriusciva dal ghiaccio. I coniugi Simon pensando si trattasse del cadavere di una vittima recente comunicarono la loro scoperta appena giunti al rifugio montano più vicino per poi proseguire ignari di tutto ciò che sarebbe accaduto in seguito al loro rinvenimento.

Markus Pirpamer, il gestore del rifugio, non sapeva esattamente in quale parte del confine fosse stato trovato il corpo, perciò informò sia la polizia italiana sia quella austriaca, nonché il soccorso alpino della zona. Il giorno seguente la polizia austriaca giunse sul luogo ed iniziò i lavori per estrarre il corpo, che giaceva in una conca naturale coperta dai resti di un ghiacciaio. La prima supposizione che si trattasse del corpo di un professore di musica italiano disperso nel 1941 venne rapidamente scartata a causa del ritrovamento di oggetti dall’aspetto antico accanto al corpo, inclusi vestiti di pelle ed un’ascia, apparentemente con una lama di ferro.

Il sabato pomeriggio, i due famosi scalatori tirolesi Reinhold Messner ed Hans Kammerlander, accompagnati dalla guida locale Kurt Fritz, giunsero sul luogo nel corso di un’escursione sulle cime dell’Alto Adige. L’ascia era già sotto chiave alla stazione di polizia più vicina, ma Pirpamer ne fece un disegno a memoria e lo mostrò a Messner, esperto di archeologia locale. In base alla sua forma, lo scalatore suggerì che l’ascia doveva avere da cinquecento a tremila anni. Il gruppo di Messner, insieme ad Hans ed a Gerlinde Haid, due esperti di folklore locale, si recò in seguito a vedere il corpo. La polizia lo aveva ormai in gran parte liberato, ed il gruppo poté vedere gli abiti sulla parte inferiore del corpo e guardare in faccia il cadavere.

Ogni sera durante il suo tour nel Tirolo, Messner rilasciava dichiarazioni alla stampa, e quella sera offrì la sua opinione sulla datazione del corpo. Considerando piuttosto incredibile l’idea che potesse avere migliaia di anni, la stampa preferì adottare la stima più recente (cinquecento anni) fornita dallo scalatore e presentò l’idea che l’Uomo del Similaun potesse essere stato un mercenario dell’esercito di Federico dalla Tasche vuote, duca d’Austria e del Tirolo nel XV secolo, che aveva condotto una campagna nella Otztal, la valle sottostante al luogo del ritrovamento. I segni osservati sul corpo sembravano il risultato di frustate o bruciature, mentre il cranio si diceva fosse stato spaccato. Secondo la teoria, l’uomo, catturato dal nemico mentre si ritirava, era stato torturato e lasciato morire.

Il 23 settembre il corpo venne finalmente liberato dal ghiaccio e trasportato in elicottero all’Istituto di medicina legale di Innsbruck, in Austria. Le indagini di routine scartarono l’ipotesi di omicidio ed il cadavere venne dichiarato di interesse storico. Il corpo risultò essere appartenuto ad un uomo di più di quarant’anni, apparentemente morto per assideramento; le prime affermazioni riguardanti la rottura del cranio si rivelarono false ed i segni di frustate risultarono essere tatuaggi. La mattina seguente, incuriosito dalle notizie della stampa, Konrad Spindler, professore di archeologia ad Innsbruck, giunse ad esaminare il cadavere. Dopo aver osservato i reperti, in particolare l’ascia, che pensava avesse la lama di bronzo anziché di ferro, annunciò che il corpo aveva perlomeno quattromila anni.

I primi test con il radiocarbonio eseguiti su campioni di erba trovati con il cadavere confermarono la stima di Spindler, sebbene suggerissero una data ancora più antica, tra il 2600 ed il 2900 a.C. Sul luogo vennero iniziati scavi archeologici veri e propri e gradualmente emerse un repertorio incredibile di oggetti trasportati da un uomo preistorico in viaggio per i suoi affari: un paio di scarpe di pelle imbottite d’erba, un cappuccio di pelo, una giacca fatta con pelle di cervo, gambali di pelliccia, un grembiule di pelle, una stuoia di erbe intrecciate, una cinghia con un pendente di pietra, un sacco di lana di capra, una rete, un contenitore fatto di corteccia di betulla, un arco, un’ascia di rame con impugnatura di legno, una faretra di pelle contenente dodici bacchette di legno, due frecce complete di punta di silice ed un kit per riparazioni, utensili di osso e silice, nonché una sacca di pelle di vitello contenente il necessario per accendere il fuoco.

Presto diventò evidente che l’uomo dei ghiacci, soprannominato “Otzi” dalla stampa, era uno dei ritrovamenti archeologici più importanti del secolo. Nonostante i primi test con il radiocarbonio fossero stati ampiamente riportati sulla stampa nel dicembre 1991, alcuni non erano convinti della loro autenticità. Una donna di Zurigo affermò che si trattava del corpo di suo padre, scomparso negli anni settanta mentre scalava un monte nei pressi della Otztal. Spiegò che era un uomo pieno di risorse ed ipotizzò che, intrappolato sulle montagne dal cattivo tempo, potesse essere sopravvissuto per qualche tempo costruendo armi primitive e vestiario prima di essere sopraffatto dal freddo. Le sue affermazioni non erano del tutto assurde: persino alcuni archeologici partecipanti al progetto riconobbero che le foto del padre della donna presentavano “una notevole somiglianza” con l’uomo dei ghiacci, sebbene, dati i test con il radiocarbonio e l’assenza di oggetti moderni sul corpo, dovettero accantonare l’ipotesi come una “curiosa coincidenza“.

Nel frattempo, sorse una contesa poco dignitosa tra Italia ed Austria in ordine alla proprietà dell’uomo dei ghiacci. Una volta compresa l’importanza archeologica del ritrovamento, la stampa, di entrambi i versanti innescò una polemica in difesa dei presunti diritti sul cadavere congelato. Un mercenario di cinquecento anni non era nulla di speciale, ma il corpo perfettamente conservato di un cacciatore preistorico, completo di equipaggiamento, era un bene prezioso che doveva far parte del patrimonio nazionale di qualcuno. Ma di chi? E’ difficile determinare le linee di confine sulle distese innevate delle Alpi, ma ora si conviene, dopo una nuova indagine appositamente commissionata per risolvere il problema, che il corpo fu rinvenuto appena entro il confine italiano. Ciononostante, Otzi ed i suoi averi erano finiti nelle mani delle autorità austriache e scienziati ed archeologici austriaci e tedeschi lo stavano esaminando, riluttanti a lasciarsi sfuggire simili reperti preziosi.

La polemica si inasprì quando gli esperti italiani accusarono gli austriaci della cattiva conservazione del corpo; subito dopo il trasferimento ad Innsbruck, sulla pelle di Otzi erano iniziati a comparire dei funghi. Alla fine le autorità del Nord Tirolo (austriaco) e del Sud Tirolo (italiano) raggiunsero un accordo secondo il quale la mummia poteva rimanere ad Innsbruck fino al completamento degli studi scientifici; gli archeologi italiani furono inoltre invitati ad ispezionare il cadavere e verificarne la corretta conservazione. Nel febbraio 1998, Otzi venne restituito all’Italia, sebbene ora gli austriaci si oppongano al progetto italiano di esibirlo.

Ricostruzione del volto di Otzi

Ricostruzione del volto di Otzi

Tralasciando queste dispute territoriali e ritornando ad Otzi una cosa è ormai accertata: la sua età. La datazione con il radiocarbonio eseguita da tre laboratori (il metodo più sicuro per scongiurare errori) ha confermato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il corpo rinvenuto ha circa 5.200 anni. Ciò non ha, tuttavia, posto un freno al flusso sconcertante di speculazioni sulla natura del ritrovamento. Il corpo, dopo tutto, può essere antico, ma l’uomo è davvero morto sulle Alpi? Questo è l’interrogativo sollevato dal dottor Michael Heim, produttore della televisione di stato bavarese, e da Werner Nosko, fotografo austriaco, che unirono le loro forze e scrissero un libro intitolato “The Otztal Fraud“, pubblicato nel 1993. Esso si riferisce duramente al “trio” composto dal professor Spindler, dal professor Werner Platzer, l’anatomista dell’Università di Innsbruck incaricato di analizzare il corpo, e dal dottor Hans Moser, direttore di ricerca dell’Istituto per la preistoria alpina, solleva dubbi sulla loro competenza ed insinua che siano dei creduloni imbrogliati da una beffa colossale. Heim e Nosko insistono sul fatto che sul luogo non era presente alcun ghiacciaio e che perciò il cadavere non poteva essersi conservato per migliaia di anni. Quale prova, adducono alcune foto nelle quali la gola in cui venne trovato Otzi appare libera dal ghiaccio, e sollevano dubbi sul racconto ufficiale della scoperta dell’uomo. Per esempio, perché i fragili oggetti ritrovati accanto a lui non si sono dissolti a seguito del movimento lento di tonnellate di ghiaccio per migliaia di anni? E perché le membrane cellulari degli occhi non sono state danneggiate dal congelamento come ci si aspetterebbe? Mettendo insieme tali dubbi, essi sostengono che il corpo non fu mai congelato come si affermò, e credono invece che l’Uomo del Similaun sia una mummia importata dall’estero, forse dall’Egitto, dal Sud America, o persino dal Tibet, seppellita nella neve con reperti archeologici attentamente selezionati per aggiungervi credibilità. Sebbene nel libro non nominino direttamente i responsabili, in altra sede puntarono il dito contro Messner, un personaggio eccentrico che aveva precedentemente affermato di aver scoperto lo yeti durante una spedizione sull’Himalaya. Intervistato dal Sunday Times nell’agosto 1992, Heim dichiarò: “Non ho risposte, ma il signor Messner forse sì“. Heim afferma inoltre che lo scalatore fu in grado di descrivere le calzature di Otzi ancor prima che fosse estratto dal ghiaccio.

Gli archeologi coinvolti nel progetto si sono dichiarati indignati per le accuse. Infatti, non è difficile dissipare i dubbi, seppur legittimi, di Heim e di Nosko. La prova del DNA indica che Otzi era di ceppo europeo, l’equipaggiamento dell’uomo non è stato schiacciato né spazzato via dal ghiacciaio semplicemente perché giaceva in una cavità insieme al cadavere; per quanto riguarda le membrane cellulari degli occhi, nessuno nega che una simile conservazione del corpo sia miracolosa. Spindler stesso aveva ammesso che la conservazione del cadavere intatto per tanto tempo in condizioni glaciali è straordinaria, ma si tratta semplicemente di accettare il fatto che condizioni anomale producono risultati anomali. Che il corpo fosse intrappolato nei resti di un ghiacciaio è dimostrato, infine, da una grande quantità di video e materiale fotografico, nonché dalla testimonianza di decine di individui, dai poliziotti agli archeologi, che effettuarono lo scavo. Perciò l’insinuazione principale di Heim e di Nosko è infondata; le foto che usano quale “prova” per affermare il contrario mostrano semplicemente il corpo dopo che gli archeologi avevano liberato la gola dal ghiaccio durante l’estrazione dell’equipaggiamento di Otzi. La loro versione dei fatti è talmente debole che sembra essa stessa fraudolenta; l’uomo dei ghiacci è autentico al di là di ogni dubbio.

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