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Seton, l’alchimista Cosmopolita del XVII secolo
30 Ott 2019

Seton, l’alchimista Cosmopolita del XVII secolo

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Conosciuto col soprannome di “cosmopolita” a causa dei suoi continui viaggi e spostamenti per tutta Europa, Seton è stato uno degli alchimisti più noti dell’inizio del XVII secolo. Durante il suo peregrinare per il vecchio continente diede più volte prova, anche in presenza di numerosi testimoni, di essere in grado di trasmutare i metalli vili in oro purissimo.

Seton

Seton

Era l’estate del 1601. Il pilota olandese Jacob Haussen, che navigava nel Mare del Nord, venne gettato dalla tempesta sulla costa scozzese. Gli abitanti del villaggio di Seton, vicino a Edimburgo, vennero in soccorso dei naufraghi con il loro castellano, Alessandro Seton. Riconoscente, Haussen invitò il suo salvatore ad andarlo a trovare in Olanda.

L’anno successivo, Seton si recò da Haussen, a Enkhuysen. Le poche settimane trascorse insieme rinforzarono la loro amicizia e Seton non esitò a confidarsi con il pilota: conosceva il segreto della trasmutazione dei metalli. Infatti, il 13 marzo 1602 trasformò un pezzo di piombo in un lingotto d’oro dello stesso peso e lo lasciò, come ricordo, al suo ospite. Questi lo mostrò agli amici, e fu così che la prima parte di questa storia, come la racconta Louis Figuier nel libro “L’alchimia e gli alchimisti” (1856), giunse fino al medico Georg Morhof (1639-1691), che se ne appassionò e la pubblicò.

Da Enkhuysen, è probabile che Seton si sia recato ad Amsterdam, a Rotterdam, e poi in Italia. In ogni modo, lo si ritrova mentre si dirige verso la Germania, passando dalla Svizzera, in compagnia di un professore di Friburgo, Johann Wolfgang Dienheim. Questi lo descrive come “un uomo singolarmente spiritoso, piccolo di statura, ma piuttosto robusto, con un colorito acceso, un temperamento sanguigno, e una barba bruna tagliata alla francese. Era vestito di raso nero e si portava appresso un solo domestico, che si distingueva fra tutti per i capelli rossi e la barba dello stesso colore“. William Hamilton, perché questo era il suo nome, non si sa però se fosse un amico o il domestico di Seton.

Dienheim non credeva nell’alchimia; Seton voleva convincerlo e, per conseguire un doppio successo, invitò anche Jacob Zwinger, che si mostrava incredulo, ad assistere alla dimostrazione. Si recarono tutti e tre nella casa di un operaio delle miniere d’oro. Là, in un crogiolo, misero alcune lastre di piombo portate da Zwinger e dello zolfo ordinario, acquistato per strada. Seton non toccò il materiale perché non si potesse accusarlo di imbroglio. Dopo un quarto d’ora di riscaldamento disse: “Buttate questa cartina nel piombo fuso, proprio al centro e fate in modo che nulla caschi nel fuoco!“. La cartina conteneva una polvere pesante, color giallo limone. I due ubbidirono, increduli, dice Dienheim, come S. Tommaso stesso. Il tutto venne riscaldato per un quarto d’ora, agitando l’intruglio con bacchette di ferro; poi il crogiolo venne tolto dal fuoco. Vi si trovò un pezzo di oro purissimo, “che superava in qualità, assicurò l’orafo, il più bell’oro d’Ungheria e d’Arabia. Pesava quanto il piombo di cui aveva preso il posto“.

Seton domandò trionfante: “Dove sono, ora, tutti i vostri dubbi?“. Diede a ciascuno un pezzo d’oro per ricordo, e Zwinger, persona rispettata e seria, di un’onestà a tutta prova, confermò questi fatti in una lettera (Epistola ad doctorem Schobinger) in seguito pubblicata da Emmanuel Kònig, di Basilea, nelle sue “Effemeridi“. Seton effettuò una nuova trasmutazione presso l’orafo André Bletz e quindi partì per Strasburgo.

Durante l’estate del 1603, uno sconosciuto, che diceva di chiamarsi Hirschborgen, si presentò all’orafo tedesco Gustenhover e gli chiese di poter utilizzare il suo laboratorio. L’orafo accettò e, per ringraziamento, lo straniero gli lasciò una polvere rossa di cui gli spiegò l’uso. Gustenhover non seppe tacere e ben presto tutta Strasburgo apprese che sapeva fabbricare l’oro. Il Consiglio della città gli mandò tre delegati per accertare i fatti e uno di essi, di nome Glaser, andò a Parigi, nel 1647, e mostrò al dottor Jacob Heilman un pezzo di oro alchimistico.

L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, appassionato d’alchimia e soprannominato “l’Hermes tedesco”, sentì parlare di Gustenhover, nel suo palazzo di Praga. Lo fece venire e pretese che gli confidasse il suo segreto. L’orafo, incapace di accontentarlo, in quanto non aveva più polvere, tentò di fuggire. Venne ripreso, messo in prigione e passò il resto della sua vita nella Torre Bianca. In quanto a Hirschborgen, che forse non era altri che Seton, scomparve.

Seton continuò i suoi viaggi. A Francoforte, fu un mercante di nome Coch a testimoniare dei suoi esperimenti in una lettera all’amico Theobald von Hoghelande. In un crogiolo dov’erano state messe 2,5 once di mercurio e potassa fino a metà dell’altezza, Seton aggiunse 3 grani di una polvere di un color grigio rossastro. Il tutto venne riscaldato, prima a fuoco lento poi a fuoco vivo, per mezz’ora. Quando il crogiolo divenne incandescente, si aggiunse un po’ di cera gialla. Infine, rompendo il crogiolo, si trovò un pezzo d’oro che pesava 6 once e 3 grani. Separando la lega, si ottennero 23 carati e 15 grani d’oro puro e 6 grani d’argento.

Il Cosmopolita (Seton meritava bene questo soprannome) si diresse in seguito alla volta di Colonia. Gli alchimisti vi erano discreditati e tutta la città li derideva. Con l’aiuto di Bordemann, ermetista locale, Seton intraprese la conversione degli increduli. Il 6 agosto 1603, acquistò vetro di antimonio. Si recò presso un orafo, Johann Lohndorf; fece fondere il vetro d’antimonio in un crogiolo incandescente, poi, dividendo una porzione di polvere in due, ne gettò una parte nel crogiolo. Ne ritrasse un bel globulo d’oro. Testimoni: Lohndorf junior, il figlio dello speziale, due operai del laboratorio e un vicino. Sospettoso, Lohndorf chiese un secondo esperimento, questa volta con piombo e, di nascosto, aggiunse nel crogiolo dello zinco: questo metallo ha la proprietà di rendere l’oro al quale è legato fragile e poco duttile. Non valse a nulla: il risultato fu oro brillante e perfettamente malleabile. Seton si rivolse in seguito a un chirurgo incredulo, Meister Georg, che incontrò l’11 agosto 1603, con il pretesto di parlare di medicina. Lo attirò presso un orafo, e là mise a scaldare zolfo e piombo in un crogiolo, e vecchie tenaglie di ferro in un altro. Divise la sua polvere in due metà, secondo la sua usanza, fece la proiezione, che riuscì. Martellato, laminato, scaldato, l’oro resistette.

Dopo un’altra proiezione ad Amburgo, Seton si recò a Monaco, ma una volta tanto non si occupò di alchimia: era troppo impegnato a rapire la figlia di un borghese della città, per sposarsela poco dopo. Fu allora che Christian II, principe elettore di Sassonia, sentì parlare di lui. Seton gli mandò Hamilton, che effettuò una trasmutazione perfettamente riuscita davanti a tutta la corte, poi tornò in Scozia, probabilmente spaventato dall’andamento che avevano preso gli eventi. Christian II attirò Seton alla sua corte, a Dresda, e gli chiese di svelare il suo segreto. E poiché l’alchimista rifiutava di parlare, lo sottopose a torture. Non ottenne nulla e, piuttosto che uccidere con Seton anche il suo segreto, Christian II fece rinchiudere l’alchimista in una prigione dove 40 soldati si davano il cambio per sorvegliarlo.

Un gentiluomo moravo, Michael Sendivogius, chimico rinomato, decise allora di far evadere Seton. Grazie ad amici influenti, si introdusse nella prigione, propose al prigioniero il suo aiuto e ottenne, in cambio, la promessa che Seton gli avrebbe dato “di che essere contento per tutta la vita“. Sendivogius si recò a Cracovia, vendette la sua casa e, grazie a quel denaro, poté corrompere le guardie. Nel giorno fissato per l’evasione, le guardie, ben fornite di liquori da Sendivogius, erano ubriache. I due uomini fuggirono, l’uno portando l’altro, perché Seton era sfinito dalla tortura. Ebbero appena il tempo di andare a prendere la sposa dell’alchimista scozzese e la sua provvista di polvere filosofale, e tutti e tre salirono sulla vettura di posta. A Cracovia, Seton rifiutò di affidare il suo segreto a Sendivogius e si limitò a dargli un grosso pacco di polvere, “abbastanza per mantenerlo fino alla fine della sua vita“. Morì poco dopo per i postumi della prigionia, nel 1603 o 1604.

Più che mai avido di ricchezze e di sapere, Sendivogius sposò la vedova di Seton. Ahimè! Ella non sapeva niente e tutto ciò che Sendivogius riuscì ad ereditare dal defunto, oltre a un rimasuglio di polvere filosofale, fu un testo di alchimia intitolato “I Dodici trattati“, o “II Cosmopolita“. Lo pubblicò nel 1604 a Cracovia senza nome d’autore, ma con il motto: “Divi Leschi genus amo” (Amo la razza del divino Leschio). La frase è oscura e di dubbia latinità, ma era l’anagramma di Michael Sendivogius. Un po’ più tardi, pubblicò un altro trattato, “Dello zolfo“, firmato con un altro anagramma: “Angelus, doce mihi jus” (Angelo, insegnami il diritto).

Quei trattati non bastarono ad arricchirlo. Sendivogius effettuò proiezioni davanti a Rodolfo II che, molto soddisfatto, lo nominò suo consigliere. In seguito l’alchimista lasciò Praga per Cracovia e stava attraversando la Moravia, quando un signorotto del luogo, che aveva sentito parlare della polvere misteriosa, lo fece prigioniero. Sendivogius fuggì, nudo, nella campagna e tornò a Praga dove ottenne da Rodolfo II che giustizia gli fosse resa. Il signorotto dovette pagare una forte ammenda e concedere una delle sue terre all’alchimista.

Nel 1605 ritroviamo Sendivogius a Stoccarda, dove opera davanti a Federico di Wurttemberg. Ma i suoi successi suscitarono l’invidia di Mullenfels, alchimista di corte, che decise di rovinarlo. Fingendo di entusiasmarsi per la sua arte lo avvertì, in gran segreto, che il Principe gli stava riservando la sorte di Seton. Sendivogius si spaventò, fuggì, e Mullenfels, alla testa di una formazione di cavalleria, lo riprese e lo riportò al suo padrone. Anche questa volta, Rodolfo II salvò Sendivogius; Federico di Wurttemberg fece impiccare Mullenfels e rese all’alchimista i suoi beni, salvo la polvere filosofale.

Ciò avveniva nel 1607. Allora abitava a Varsavia, dove nessuno voleva acquistare la sua polvere e si era ridotto a vivere di sotterfugi: monete sbiancate che imitavano l’argento, giochi di prestigio che riuscivano a ingannare soltanto gli ignoranti. Così terminava, in modo meschino, una delle avventure più pittoresche della storia dell’alchimia.

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